Generation Z e Alpha: chi sono e perché contano
In ogni classe si intravedono differenze silenziose. C’è chi già in seconda elementare monta un piccolo video su un’app di editing, guidato dai consigli del padre grafico; e chi passa ore su TikTok senza mai produrre nulla. Non è solo questione di talento. Dietro queste traiettorie opera spesso un meccanismo invisibile, che Pierre Bourdieu ha chiamato «capitale culturale». Applicato alle ultime generazioni, questo concetto ci offre una lente per decifrare non solo date e tecnologie, ma anche il perpetuarsi delle disuguaglianze.
Gen Z: nativi digitali, ma orfani di certezze
Definire i confini anagrafici di una generazione è sempre un azzardo. Tuttavia, la Gen Z viene generalmente collocata tra i nati dal 1997 al 2012. Sono cresciuti con Internet già diffuso, con il telefono in tasca dall’adolescenza. Non hanno memoria di un mondo senza social network. Il sociologo Jean Twenge, nel suo libro iGen, ha documentato come l’arrivo dello smartphone intorno al 2012 abbia coinciso con un aumento di ansia, depressione e insicurezza tra gli adolescenti americani. In Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità confermano un disagio psicologico crescente tra i giovani sotto i 25 anni. La Gen Z è anche la generazione più etnicamente diversificata e la prima a vivere il cambiamento climatico come minaccia esistenziale concreta.

Generation Alpha: i figli degli algoritmi
Coniata dal demografo Mark McCrindle, la Generazione Alpha parte dal 2010 e arriva fino a circa il 2024. Sono i figli della Gen Y e dei primi Gen Z. Non hanno mai visto un mondo senza assistenti vocali. Per loro, l’intelligenza artificiale è un compagno di giochi. Si stima che entro il 2030 rappresenteranno oltre 2 miliardi di persone nel mondo. Il loro rapporto con la tecnologia è precoce e spesso passivo: video in autoplay, giochi touch, contenuti scelti da un algoritmo. Qui il capitale culturale familiare diventa cruciale: un genitore con risorse culturali tenderà a mediare l’uso dei dispositivi, a orientarlo verso la creazione e non solo il consumo. Laddove questa mediazione manca, il rischio è un’immersione senza bussola.
Il capitale culturale come chiave di lettura
Per Bourdieu, il capitale culturale esiste in tre stati: incorporato (disposizioni mentali e corporee, linguaggio), oggettivato (libri, opere d’arte) e istituzionalizzato (titoli di studio). La famiglia trasmette questo capitale in modo implicito, e la scuola tende a premiarlo, trasformandolo in successo scolastico. Nel caso delle nuove generazioni, il capitale culturale include la capacità di usare i media digitali in modo critico e produttivo. Un adolescente che impara a programmare grazie al padre informatico accumula un vantaggio che la scuola raramente colma.
Confronto generazionale
| Dimensione | Gen Z (1997-2012) | Gen Alpha (2010-2024) |
|---|---|---|
| Tecnologia | Smartphone dall’adolescenza; social media centrali. | Tablet e AI fin dalla prima infanzia; esperienze immersive. |
| Contesto storico | Recessione 2008, crisi climatica, pandemia in gioventù. | Pandemia da bambini, instabilità geopolitica. |
| Salute mentale | Aumento di ansia e depressione legati a social media e precarietà. | Dati ancora incerti; preoccupazione per il sovraccarico sensoriale. |
| Educazione | Didattica sempre più digitale, competenze tecniche diffuse ma superficiali. | Pedagogia ludica con forte impronta digitale; rischio di digital divide culturale. |
Schema: La trasmissione del capitale culturale tra generazioni
Linguaggio, gusti, pratiche digitali, titoli di studio
Incorpora modi di pensare, competenze tecnologiche, aspirazioni
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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