Immaginiamo un pomeriggio di fine luglio, in una città del Centro Italia. Marco, 45 anni, elettricista e padre di famiglia, legge il post di un amico su Facebook: ‘Ancora un morto per mano della polizia. Vergogna. Giustizia per Fakir.’ Marco scrolla e trova commenti infiammati. Non sa bene chi sia Fakir, ma il tono lo inquieta. Poco più in là, al bar del paese, due insegnanti discutono: ‘Hai visto il video della bodycam?’, chiede Anna. ‘Sì, ma non cambia nulla: la polizia non doveva intervenire così’, risponde Lorenzo. Nessuno dei due conosce i dettagli del caso, ma entrambi hanno già un’opinione. Benvenuti nell’era del linciaggio morale collettivo.
Il 23 luglio 2026, la notizia della morte di un uomo durante l’arresto – un trentenne con precedenti penali, noto come ‘Fakir’ – ha riacceso lo scontro tra sinistra e istituzioni. Ieri, un video diffuso dalla polizia mostrava l’uomo opporre resistenza, mentre le bodycam degli agenti registravano ogni momento. Le opposizioni hanno subito parlato di ‘violenza ingiustificata’. Ma cosa sta realmente accadendo? Non lo spazio per una cronaca giudiziaria, ma per un’analisi sociologica del fenomeno: perché un singolo evento può polarizzare un’intera società? E cosa ci dice sulla nostra capacità di giudizio?
La psicologia delle folle: un classico dimenticato
Nel 1895, lo psicologo sociale Gustave Le Bon pubblicò Psicologia delle folle, un testo che descrive come l’individuo in una massa perda la propria capacità critica, diventando suggestionabile, impulsivo e incline a emozioni estreme. Le Bon scrive: ‘L’individuo in folla acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile’. Nel caso Fakir, le folle digitali – commenti sui social, condivisioni, hashtag – replicano questo meccanismo a velocità virale. Non servono prove: la folla ha già deciso. Marco e Anna non hanno bisogno di leggere il verbale: il loro giudizio è già stato plasmato dal ‘clamore’ collettivo.
Le Bon distingueva tra folle omogenee (religiose, politiche) e folle eterogenee. Oggi, la folla è ibrida: unisce attivisti, opinionisti e cittadini comuni in un’unica camera d’eco. E, come notava Le Bon, le folle hanno bisogno di capri espiatori. Fakir diventa il simbolo: di una presunta brutalità poliziesca per alcuni, di una giustizia emotiva che mina lo Stato di diritto per altri.
Morte durante arresto
Condivisione emotiva senza verifica
Giudizio definitivo prima dei fatti
Meccanismo della polarizzazione: un evento viene trasformato in dogma.

L’identità tribale e il bias di conferma
La sociologa francese Émile Durkheim vedeva nella società un ‘fatto sociale’ che ci trascende. Oggi, l’identità tribale si costruisce non più sulla classe sociale ma su appartenenze fluide come ‘schieramento politico’. Chi si identifica con la sinistra radicale tenderà a vedere Fakir come una vittima; chi si riconosce in un’area moderata o di destra, come un pericoloso aggressore. Questo è il bias di conferma, ben studiato da Daniel Kahneman e Amos Tversky: cerchiamo informazioni che confermano le nostre convinzioni preesistenti.
Immaginiamo ancora Anna, insegnante di storia. Legge la ricostruzione del Fatto Quotidiano e trova il video della bodycam che mostra Fakir ‘entrato in contatto con un’altra persona’. Ma Anna si ferma al titolo: il suo schema mentale è già saturo. Non cerca la versione integrale del rapporto della polizia. È un meccanismo di economia cognitiva: ci fidiamo di chi la pensa come noi.
Dall’altra parte, Marco, elettricista, legge un articolo del Corriere che sottolinea i precedenti di Fakir (rapine, resistenza a pubblico ufficiale). Anche Marco si ferma lì: ‘Se aveva precedenti, se l’è cercata’. Il fenomeno non è di parte: è umano. Ma nella società digitale, questo cortocircuito cognitivo diventa sistemico.
Lo Stato di diritto sotto pressione
Il giurista e sociologo tedesco Max Weber definiva lo Stato moderno come il detentore del ‘monopolio della violenza legittima’. La polizia esercita questa violenza per conto della collettività. Quando un agente usa la forza, deve essere giudicato da un tribunale, non dalla piazza. Eppure, nel caso Fakir, la condanna è già stata emessa sui social. Il paradosso è che la richiesta di ‘giustizia’ immediata finisce per indebolire le istituzioni che garantiscono la giustizia stessa.
| Prospettiva | Argomento principale | Limite |
|---|---|---|
| Attivisti sinistra | La polizia usa violenza eccessiva, bodycam non basta | Ignorano la presunzione di innocenza e la complessità delle procedure |
| Sostenitori polizia | Agenti hanno agito secondo protocollo, precedenti di Fakir noti | Rischio di giustificare ogni comportamento senza verifica |
| Cittadino medio | Vuole chiarezza, ma si fida della narrazione più vicina | Bias di conferma e disimpegno civico |
Il filosofo della politica Carl Schmitt ammoniva che il ‘decisionismo’ – la scelta sovrana di chi sia il nemico – può corrode la legalità. Oggi, le folle digitali si arrogano il potere di decidere chi è il ‘colpevole’: la polizia o Fakir. Ma questa decisione spetta solo ai giudici, in un processo equo. Il linciaggio morale, come scriveva il criminologo Nils Christie, nasce dalla ‘perdita di fiducia nelle istituzioni’ e dalla ricerca di giustizia immediata.
Obiezioni e limiti
Qualcuno potrebbe obiettare: ma il video della bodycam non mostra forse la verità? In parte sì. Ma la verità giudiziaria è diversa da quella emotiva. Un video può essere parziale, può non mostrare il contesto. Inoltre, la richiesta di giustizia è legittima in una democrazia. Tuttavia, il problema è la velocità e l’intensità della condanna, che pregiudica il giusto processo. Non si tratta di difendere la polizia a prescindere, ma di difendere il metodo democratico: i fatti vanno accertati, non decretati per acclamazione.
Che fare? Ricostruire la fiducia
La soluzione non è censurare i social, ma educare al dubbio. Come suggeriva il filosofo John Dewey, la democrazia ha bisogno di cittadini riflessivi, capaci di sospendere il giudizio fino a quando le prove non sono sufficienti. Le scuole dovrebbero insegnare a distinguere tra fatto e opinione, tra sentenza e sospetto. Le istituzioni, dal canto loro, devono comunicare in modo trasparente: diffondere i video per intero, spiegare i protocolli, e punire eventuali abusi, ma senza cedere al clamore mediatico.
Marco e Anna potrebbero, un giorno, leggere un articolo che non conferma i loro pregiudizi. Forse si fermeranno a riflettere. È un passo piccolo, ma necessario per uscire dalla trappola delle folle digitali.
Domande frequenti
È un giudizio sommario emesso da una folla, reale o digitale, prima che un tribunale accerti i fatti. Si basa su emozioni e pregiudizi, non su prove.
Perché tocca nervi scoperti: fiducia nella polizia, giustizia, disuguaglianze. I social amplificano le emozioni e creano camere d'eco che radicalizzano le opinioni.
Sospendere il giudizio, cercare fonti diverse, non condividere post emotivi senza verifica. Come insegnava Dewey, la democrazia ha bisogno di cittadini riflessivi.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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