Nei giorni scorsi il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato al termine del Consiglio dei ministri l’ingresso strutturale dell’intelligenza artificiale nei percorsi formativi dei licei italiani, mentre alle scuole viene chiesto di definire entro luglio gli usi ammessi per l’anno 2026-2027: supporto alla progettazione didattica, strumenti inclusivi per studenti con DSA e BES, alfabetizzazione critica sull’IA, sperimentazioni documentate. La scadenza non è casuale: dal 2 agosto 2026 entra pienamente in vigore il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), che impone alle scuole di governare in modo tracciabile gli strumenti che scelgono di adottare. Per la scuola primaria l’approccio resta più cauto, limitato a “cenni” pensati per abituare i bambini al linguaggio dell’IA. Nel frattempo, la ricerca più recente si interroga su un punto meno normativo e più delicato: come l’uso quotidiano di strumenti generativi stia già modificando il benessere psicologico, emotivo e cognitivo di milioni di studenti che li usano ogni giorno, spesso fuori da qualunque cornice scolastica.
Il dato interessante, dal punto di vista delle scienze umane, non è tanto l’ingresso di un nuovo strumento tecnico in aula – la scuola ha già assorbito calcolatrici, internet, LIM – quanto il fatto che l’intelligenza artificiale generativa non si limita a fornire informazioni: propone testi, argomentazioni, persino ragionamenti già confezionati, intervenendo direttamente nella fase in cui lo studente dovrebbe formulare un proprio pensiero.
La società liquida applicata al sapere: Zygmunt Bauman
Zygmunt Bauman ha descritto la condizione contemporanea come “modernità liquida”: istituzioni, identità e relazioni che perdono la solidità e la stabilità che avevano nella modernità classica, per assumere forme fluide, provvisorie, sempre riconfigurabili. Applicata alla scuola, questa categoria illumina bene ciò che sta accadendo: il sapere scolastico, un tempo costruito per accumulo lento e verificabile, diventa liquido nel momento in cui uno strumento generativo può produrre all’istante una sintesi plausibile su quasi ogni argomento. La solidità della competenza – il fatto che sapere qualcosa richiedesse tempo, esercizio, memoria – si scioglie in una disponibilità immediata che rischia di scambiare l’accesso all’informazione con il possesso della conoscenza.
La società della trasparenza e la stanchezza da prestazione: Byung-Chul Han
Il filosofo Byung-Chul Han ha proposto una lettura della società contemporanea come “società della prestazione”, in cui il soggetto non è più disciplinato dall’esterno ma si costringe da sé a un miglioramento costante, fino all’esaurimento. Lo strumento di intelligenza artificiale, in questa cornice, può funzionare in due direzioni opposte: da un lato promette di alleggerire il carico prestazionale dello studente, restituendogli tempo; dall’altro rischia di alzare ulteriormente l’asticella delle aspettative – se un compito può essere prodotto più velocemente e in modo più raffinato, la soglia di ciò che è considerato “sufficiente” si sposta in avanti, e con essa la pressione a produrre sempre di più, sempre meglio, sempre più in fretta. È qui che si inserisce la preoccupazione, emersa nella ricerca più recente, per il benessere psicologico ed emotivo degli studenti: non è la tecnologia in sé a essere logorante, ma la logica prestazionale in cui viene inserita.
Chi ha scritto davvero il compito? Un accenno a Erving Goffman
Un terzo elemento, più sottile, riguarda l’autenticità della prestazione scolastica. Erving Goffman ha analizzato la vita sociale come una serie di rappresentazioni, distinguendo una “ribalta” (dove ci si presenta agli altri secondo un ruolo) da un “retroscena” (dove si prepara quella presentazione). Un elaborato scolastico prodotto con il contributo di uno strumento generativo complica questa distinzione: chi valuta vede solo la “ribalta” – il testo finale – ma non può più dare per scontato che il “retroscena” – il processo di pensiero che lo ha prodotto – appartenga interamente allo studente. Non si tratta necessariamente di un problema di disonestà: è un problema di ridefinizione di cosa la scuola intenda misurare quando valuta un compito.
| Prospettiva | Concetto chiave | Applicazione al caso |
|---|---|---|
| Zygmunt Bauman | Modernita’ liquida | Il sapere scolastico perde solidita’ e diventa immediatamente disponibile |
| Byung-Chul Han | Societa’ della prestazione | L’IA puo’ alleggerire il carico o alzare le aspettative, con rischio di esaurimento |
| Erving Goffman | Ribalta e retroscena | Il compito finale non garantisce piu’ che il processo di pensiero sia solo dello studente |
Implicazioni pratiche ed educative
Le linee guida ministeriali che limitano l’uso dell’IA a un perimetro controllato – progettazione didattica, inclusione, alfabetizzazione critica – vanno nella direzione giusta, ma da sole non bastano se non sono accompagnate da un ripensamento di che cosa la scuola valuta: non solo il prodotto finale di un compito, ma il processo che lo ha generato, reso visibile attraverso discussioni orali, bozze intermedie, difese argomentative in classe. Sul piano del benessere studentesco, la sfida è altrettanto delicata: introdurre l’intelligenza artificiale come strumento di alfabetizzazione critica, non come ulteriore fonte di pressione prestazionale. La differenza, per usare il lessico di Byung-Chul Han, è quella tra uno strumento che restituisce tempo per pensare e uno strumento che sposta semplicemente più in alto il traguardo da rincorrere.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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