Nel 2024 quasi un italiano su due — il 46,3% delle persone dai quattordici anni in su — ha dato alla propria vita un voto compreso fra 8 e 10. Dieci anni prima era poco più di un terzo: il 35,4%. In mezzo c’è stato di tutto, compresa una pandemia, e il voto è salito lo stesso.
Nello stesso 2024, però, ogni singolo aspetto della vita su cui l’Istat interroga separatamente gli italiani è peggiorato. Le relazioni familiari perdono 1,4 punti rispetto all’anno prima, le amicizie 1,3, la salute 1,2, il tempo libero 1,8, la situazione economica 1,9, il lavoro 2,4, la fiducia negli altri 2,3. Sette ambiti, sette segni meno. Il voto complessivo alla vita, nello stesso anno, scende di tre decimi: da 46,6 a 46,3. Praticamente fermo.
Il totale non è la media delle parti. Sembra piuttosto che il totale non si accorga delle parti.
La spiegazione più comoda è che la gente si lamenti dei dettagli e poi, tirando le somme, sia più indulgente con sé stessa. È psicologicamente plausibile e sociologicamente inerte. Ce n’è un’altra, che viene dalla ricerca sperimentale sul benessere e ha conseguenze molto più serie su come si misura la condizione di un paese: le due domande — quella sul voto alla vita e quelle sui singoli ambiti — non stanno parlando alla stessa persona.
Due soggetti nella stessa persona
In una conferenza del 2010 Daniel Kahneman, psicologo e premio Nobel per l’economia, raccontò di un uomo che, dopo aver ascoltato venti minuti di una registrazione sinfonica, si era imbattuto in un difetto del disco proprio sulle ultime battute. Quel rumore, diceva, gli aveva rovinato l’ascolto. Kahneman gli fece notare che non era vero: i venti minuti li aveva ascoltati davvero, ed erano stati bellissimi. Quello che il difetto aveva rovinato era il ricordo dell’ascolto. Il problema è che dell’ascolto all’uomo non restava altro.
Da qui la distinzione che Kahneman ha portato dentro la ricerca sul benessere: in ciascuno convivono un sé che vive l’esperienza e un sé che la ricorda. Il primo abita il presente e non conserva quasi nulla; il secondo tiene i conti, costruisce le storie e — questo è il passaggio decisivo — prende le decisioni. Quando un medico chiede se fa male adesso sta parlando al primo. Quando chiede come ci si è sentiti nell’ultimo mese sta parlando al secondo, e riceve una risposta di natura completamente diversa.
Che i due non coincidano non è un’intuizione da conferenza: è stato misurato. In uno studio del 1996 Donald Redelmeier e Kahneman fecero registrare a pazienti sottoposti a procedure invasive il dolore provato minuto per minuto, e poi chiesero loro a distanza quanto fosse stata brutta l’esperienza nel complesso. La quantità totale di dolore realmente provato non prediceva quasi nulla del giudizio retrospettivo. Lo predicevano due cose sole: il momento peggiore e il modo in cui la procedura finiva. È la regola passata in letteratura sotto il nome di picco-fine.
Nel 2003 lo stesso gruppo, con Joel Katz, ne ha ricavato un esperimento randomizzato su 682 pazienti sottoposti a colonscopia. A una parte di loro la procedura veniva prolungata fino a tre minuti lasciando lo strumento fermo, senza manovre: dolore aggiuntivo, ma lieve, e soprattutto un finale meno brutto. Chi aveva ricevuto la coda prolungata ricordava un dolore finale nettamente inferiore, 1,7 contro 2,5 su scala analogica, giudicava l’esperienza complessivamente meno sgradevole, 4,4 contro 4,9, e negli anni successivi tornava ai controlli con probabilità leggermente maggiore. Quelle persone erano state oggettivamente peggio, in totale, e se lo ricordavano meglio.
Vale la pena fermarsi un momento su questo risultato, perché è sgradevole: per migliorare il ricordo di un’esperienza dolorosa è stato aggiunto dolore. La cosa ha aperto un dibattito bioetico che non si è ancora chiuso. Ma sul piano della misurazione dice una cosa netta. Se si chiede a qualcuno di valutare un’esperienza, non si sta misurando l’esperienza.
C’è un terzo meccanismo, e riguarda direttamente le statistiche sul benessere. Kahneman lo chiamava illusione della focalizzazione: nel momento in cui si pensa a una singola circostanza della vita, quella circostanza diventa automaticamente più importante di quanto sia nell’esperienza quotidiana. Il suo esempio era il clima della California. Il nostro potrebbe essere questo: chiedere a qualcuno se si viva meglio a Bolzano o a Napoli lo costringe a costruire un confronto, e un confronto ha bisogno di poche dimensioni salienti — i servizi, il lavoro, il traffico, il sole. Nella giornata effettiva di chi ci abita, quelle dimensioni pesano molto meno del sonno della notte prima, del tempo passato in coda o di una telefonata con un figlio.
Che cosa misura davvero il punteggio
Torniamo ai numeri italiani con questa lente. L’indagine Aspetti della vita quotidiana chiede alle persone di dare un voto da 0 a 10 alla propria vita nel complesso, e l’Istat considera alta la soddisfazione quando il voto sta fra 8 e 10. È una domanda valutativa: chiede un giudizio, non un resoconto. Attiva il narratore.
Le domande sui singoli ambiti sono di natura diversa. Chiedono quanto si è soddisfatti della salute, del lavoro, del tempo libero, dei soldi. Restano giudizi, ma su un terreno molto più vicino a ciò che si attraversa ogni giorno. E infatti si muovono diversamente.
| Ambito | Soddisfatti nel 2024 | Variazione sul 2023 |
|---|---|---|
| Relazioni familiari | 87,9% | −1,4 |
| Relazioni con gli amici | 79,7% | −1,3 |
| Salute | 78,5% | −1,2 |
| Lavoro | 77,6% | −2,4 |
| Tempo libero | 66,3% | −1,8 |
| Situazione economica | 57,6% | −1,9 |
| Fiducia negli altri | 22,5% | −2,3 |
| Vita nel complesso (voto 8-10) | 46,3% | −0,3 |
Il punto non è che gli italiani mentano su una delle due domande. È che una fotografa la vita come racconto e l’altra la vita come sequenza di giornate, e le due immagini possono divergere per anni senza che nessuno se ne accorga, perché nei titoli finisce sempre e solo la prima.
La curva ha una forma quasi troppo bella: sale dal 35,4% del 2014 al 39,6% del 2017, arriva al 46,6% nel 2023 e lì si ferma. Il decennio in cui gli italiani hanno imparato a dare alla propria vita voti alti è lo stesso in cui la quota di chi ritiene che ci si possa fidare della maggior parte delle persone si ferma al 22,5%. Tenere insieme le due cose senza distinguere fra racconto ed esperienza è difficile.
Perché il voto sale dove le condizioni non migliorano
Se il voto alla vita è un giudizio, allora è un giudizio su qualcosa: si dà 8 rispetto a un termine di paragone. E il termine di paragone non è universale, è sociale. Qui la psicologia cognitiva finisce e comincia la sociologia.
Amartya Sen ha costruito buona parte della sua critica all’economia del benessere su un’osservazione tanto semplice quanto scomoda: le aspettative si adattano alle condizioni. Chi vive da sempre in un contesto povero di opportunità impara a non desiderare ciò che non può avere, e quando gli si chiede se è soddisfatto risponde di sì in perfetta buona fede. È l’adattamento delle preferenze, e la conclusione che Sen ne trae è radicale: la soddisfazione dichiarata è un pessimo metro per valutare una condizione di vita, perché premia proprio chi ha rinunciato per primo. Da lì nasce la sua proposta di misurare le capacità — quello che una persona è effettivamente in grado di fare e di essere — invece dei suoi stati mentali.
La seconda ragione riguarda chi si guarda, nel momento in cui si dà un voto. Robert Merton chiamava gruppo di riferimento l’insieme di persone rispetto a cui ciascuno misura la propria posizione, e mostrò che quasi mai coincide con la popolazione generale: ci si sente più poveri del cognato, non del decimo percentile nazionale. Walter Runciman, studiando la classe operaia inglese, ne ricavò la nozione di deprivazione relativa: il senso di ingiustizia non nasce dalla distanza oggettiva dai più ricchi, ma dal confronto con chi si ha sotto gli occhi. Il corollario è controintuitivo. Un divario molto grande, se è stabile e ben separato, se i due gruppi non si guardano mai, produce meno insoddisfazione dichiarata di un divario piccolo fra vicini di casa.
Le differenze territoriali italiane vanno lette con questa cautela. Nel 2024 la quota di persone molto soddisfatte della vita va dal 61,9% del Trentino-Alto Adige al 37,6% della Campania: ventiquattro punti di distanza, una geografia che ricalca piuttosto fedelmente quella dei redditi e dei servizi. Ma fra il Nord nel suo insieme, al 48,3%, e il Mezzogiorno, al 43,7%, di punti ne restano meno di cinque. Il punteggio comprime le distanze materiali molto più di quanto facciano i dati sul reddito o sull’occupazione. Non perché le persone si sbaglino: perché stanno rispondendo a una domanda su di sé, non a una domanda sull’Italia.
Lo stesso vale per l’età. Fra i quattordici e i diciassette anni il 60,8% dà alla propria vita un voto alto; dopo i settantacinque il 40,1%. In mezzo c’è una discesa che sarebbe difficile spiegare con un peggioramento continuo e lineare delle condizioni materiali lungo tutto il corso della vita. Attraversa però gli anni in cui la propria storia comincia a essere confrontata con quella che ci si era immaginati.
C’è un episodio che mostra quanto sia insidioso questo terreno, e riguarda proprio Kahneman. Nel 2010, con l’economista Angus Deaton, pubblicò il risultato più citato della sua carriera dopo il Nobel: sopra i 75.000 dollari annui il benessere emotivo quotidiano degli americani smetteva di crescere col reddito, mentre la valutazione della propria vita continuava a salire. La cifra è entrata nel discorso pubblico e non ne è più uscita. Nel 2021 Matthew Killingsworth, misurando l’umore delle persone in tempo reale attraverso un’applicazione, trovò il contrario: il benessere continuava a crescere anche molto sopra quella soglia. Nel 2023 i due, insieme a Barbara Mellers, hanno fatto una cosa rara in accademia: hanno lavorato insieme per capire chi avesse ragione. Il risultato, pubblicato su PNAS, è che avevano ragione entrambi, su popolazioni diverse. Per la maggioranza la felicità quotidiana continua a crescere col reddito anche oltre i centomila dollari; per il quinto meno felice del campione cresce fino a quella soglia e poi si appiattisce. Il denaro toglie molta infelicità a chi sta male, e continua ad aggiungerne benessere a chi già sta bene.
Tredici anni per correggere un numero, e il numero corretto non ha sostituito quello vecchio nella circolazione pubblica. Anche la scienza ha un sé che ricorda, e tiene la storia più pulita di com’è andata.
Che cosa i numeri non dicono
Il confronto su cui poggia questo articolo va maneggiato con una precisazione importante. Il voto alla vita e la soddisfazione per i singoli ambiti sono misurati con strumenti diversi: il primo è una scala da 0 a 10 di cui si isola la fascia alta, i secondi sono scale a quattro modalità di cui si sommano il molto e l’abbastanza. Livelli così distanti — 46,3% da una parte, 87,9% dall’altra — non sono confrontabili come tali, e una parte della divergenza può dipendere dagli strumenti più che dalle persone. Quello che resta confrontabile è la direzione del movimento nello stesso anno, ed è lì che sta l’anomalia: sette indicatori scendono, l’ottavo no.
La soglia 8-10 è a sua volta una convenzione. Spostarla a 9-10 restituisce un’Italia molto meno soddisfatta, spostarla a 7-10 una molto più soddisfatta: l’andamento nel tempo è robusto, il livello assoluto molto meno. L’indagine copre le persone di quattordici anni e più che vivono in famiglia, quindi non chi vive in istituzioni, e non intercetta chi ai questionari non risponde — una selezione che tende a lasciare fuori proprio le condizioni più fragili. I dati più recenti disponibili restano quelli del 2024, diffusi nel maggio 2025: il quadro del 2025 non è ancora pubblicato.
E una precisazione di metodo che vale più delle altre. La lettura proposta qui — il voto alla vita interroga il narratore, le domande sugli ambiti si avvicinano all’esperienza — è un’ipotesi interpretativa coerente con i dati, non una loro dimostrazione. Per dimostrarla servirebbero misure dell’esperienza in tempo reale su campioni italiani, che al momento non esistono in forma sistematica.
Misurare le giornate, non solo i giudizi
Resta da capire che cosa cambia, se si prende sul serio la distinzione.
Per la statistica pubblica cambia l’ordine delle priorità. Il sistema italiano di indicatori di benessere equo e sostenibile misura il benessere soggettivo quasi esclusivamente in forma valutativa: giudizi sulla vita, sugli ambiti, sulle prospettive future. Le misure che si avvicinano all’esperienza — ricostruire la giornata precedente segmento per segmento e chiedere come ci si sentiva in ciascuno — restituiscono classifiche diverse. Dove sono state usate, in cima alle cause di malessere quotidiano sono finite cose che nelle valutazioni della vita compaiono a malapena: il tragitto casa-lavoro, il carico di cura non condiviso, gli orari frammentati, il sonno. Sono tutte cose su cui si interviene con politiche ordinarie e poco costose, e che nessuna graduatoria di soddisfazione dichiarata segnalerà mai come urgenti.
Per chi lavora nella scuola la regola picco-fine è meno esotica di quanto sembri. Il giudizio che uno studente dà del proprio anno scolastico non è la media delle sue duecento mattine: è dominato dai momenti peggiori e da come è andata a finire. Due classi che hanno attraversato lo stesso anno possono ricordarlo in modo opposto per via di come si è chiuso, e sarà quel ricordo — non la sequenza delle giornate — a decidere se della materia resterà qualcosa. Vale anche al contrario: un anno vissuto bene giorno per giorno e chiuso male viene archiviato male.
Per le organizzazioni l’avvertimento è il più diretto di tutti. I questionari di clima e di soddisfazione del personale parlano quasi sempre al sé che ricorda, e quindi misurano la storia che le persone si raccontano sul proprio lavoro: una storia sensibile all’ultimo colloquio, all’ultima riorganizzazione, all’ultimo aumento. Un’azienda può migliorare i propri punteggi senza toccare una sola ora della giornata di chi ci lavora. E può peggiorarli avendo migliorato tutto il resto.
Resta la parte che riguarda chi legge. La prossima volta che qualcuno chiede come va, vale la pena accorgersi che la risposta non riguarda la giornata in corso: riguarda il racconto. Ed è il racconto a decidere quasi tutto — quale vacanza si prenoterà l’anno prossimo, se si cambierà lavoro, se si dirà che ne è valsa la pena. Chi progetta una vita la progetta quasi sempre per il sé che ricorda. È il sé che vive a doverla attraversare.
Fonti
- Istat, La soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita — Anno 2024, report del 27 maggio 2025.
- Istat, Rapporto Bes 2024. Il benessere equo e sostenibile in Italia, dominio Benessere soggettivo.
- D. Redelmeier, D. Kahneman, «Patients’ memories of painful medical treatments», Pain, 1996.
- D. Redelmeier, J. Katz, D. Kahneman, «Memories of colonoscopy: a randomized trial», Pain, 2003.
- M. Killingsworth, D. Kahneman, B. Mellers, «Income and emotional well-being: a conflict resolved», PNAS, 2023.
- D. Kahneman, conferenza TED sull’enigma fra esperienza e memoria, 2010.
- A. Sen, Commodities and Capabilities, 1985, e Lo sviluppo è libertà, 1999.
- R. K. Merton, Teoria e struttura sociale, 1949; W. G. Runciman, Relative Deprivation and Social Justice, 1966.
Elaborazione su dati Istat, indagine Aspetti della vita quotidiana e Rapporto Bes 2024, periodo di riferimento 2014-2024, estrazione del 6 settembre 2026. Questo articolo è un’analisi sociologica e non costituisce un parere medico o psicologico.
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