Un ragazzo entra in classe con gli auricolari, si siede e non saluta. Una signora al supermercato taglia la fila senza chiedere. Qualcuno risponde male allo sportello. In tutti e tre i casi diciamo la stessa parola: maleducazione.
È una parola comoda, e proprio per questo poco utile. Chiude il discorso invece di aprirlo: spiega il comportamento con un difetto della persona, e una volta detto non c’è più niente da capire. La sociologia parte dal punto opposto — non da chi ha sbagliato, ma da quale regola è stata violata, chi l’ha stabilita, e perché in quel momento non ha tenuto.
Nessuno nasce educato
Norbert Elias ha dedicato a questo tema uno dei libri più notevoli del Novecento, studiando una fonte che nessuno aveva preso sul serio: i manuali di buone maniere, dal Medioevo all’Ottocento.
Leggendoli in sequenza si vede una cosa impressionante. I manuali del Quattrocento spiegano che non si sputa a tavola, che non ci si soffia il naso nella tovaglia, che non si mangia dallo stesso piatto degli altri. Tre secoli dopo quelle indicazioni scompaiono: non perché la gente sia peggiorata, ma perché sono diventate ovvie. Non serve più vietare ciò che a nessuno viene in mente di fare.
La soglia di quello che risulta insopportabile si è alzata lentamente, per secoli. E si è alzata insieme a qualcosa di preciso: la formazione degli stati moderni, la vita di corte, la crescente dipendenza reciproca fra persone che non si conoscono. Più una società diventa fitta di legami, più i suoi membri devono prevedere le reazioni altrui e controllare i propri impulsi. L’autocontrollo non è una virtù morale piovuta dall’alto: è ciò che serve per funzionare in un mondo dove dipendi da estranei.
Il primo risultato utile è dunque questo: le buone maniere non sono naturali, sono storiche. Cambiano, e cambiano insieme all’organizzazione sociale.
Che cosa si rompe davvero quando qualcuno è scortese
Erving Goffman ha guardato la stessa cosa da vicinissimo, alla scala del singolo scambio.
Nella sua lettura ogni incontro fra persone è una specie di piccolo rituale, in cui ciascuno si presenta con un’immagine di sé e si aspetta che gli altri la trattino con rispetto. Goffman la chiama faccia. Chiedere «scusa, disturbo?» prima di parlare, salutare entrando, non fissare qualcuno troppo a lungo: sono tutti modi di riconoscere all’altro la sua faccia e di proteggere la propria.
La cortesia, in questa prospettiva, non è gentilezza d’animo. È manutenzione. Serve a permettere a due persone di stare vicine senza che l’incontro diventi un problema.
Ne segue che la scortesia non è semplicemente l’assenza di buone maniere: è un messaggio. Chi non saluta comunica qualcosa — che non ti riconosce quella posizione, che non accetta il rituale, oppure, molto spesso, che sta proteggendo la propria faccia da un’umiliazione che teme. Un ragazzo che risponde male davanti a venti compagni quasi mai sta attaccando l’insegnante: sta difendendo se stesso davanti a un pubblico.
È una distinzione che in aula cambia tutto, perché le due situazioni si somigliano e richiedono risposte opposte.
La lamentela che non finisce mai
Ogni generazione è convinta che i giovani di adesso siano più maleducati di quelli di prima. È una costante talmente regolare da meritare essa stessa attenzione.
Circola da decenni una citazione attribuita a Socrate, secondo cui i ragazzi amerebbero il lusso, mancherebbero di rispetto agli anziani e contraddirebbero i genitori. È falsa: non esiste in nessun testo antico. Fu la parafrasi di una tesi di dottorato del 1907, che nel passaparola diventò prima una citazione e poi un reperto archeologico. Ma il fatto che sia sopravvissuta un secolo, ricomparendo a ogni dibattito sulla scuola, dice qualcosa di vero — non sui giovani, sulla nostra difficoltà a leggere il cambiamento senza chiamarlo decadenza.
Il punto sociologicamente serio è che i codici non spariscono, si spostano. Un adolescente che non saluta l’insegnante può avere regole rigidissime dentro il proprio gruppo: chi si può nominare in una chat e chi no, quanto tempo si può aspettare prima di rispondere, cosa si può o non si può ripubblicare. Sono norme severe, sanzionate con l’esclusione. Non è assenza di educazione: è un’educazione diversa, che non riconosciamo perché non parla la nostra lingua.
Chi decide che cosa è educato
Qui entra Bourdieu, e il discorso diventa scomodo.
Il modo di stare a tavola, di rivolgersi a un adulto, di scrivere una mail a un professore non si impara a scuola: si respira in famiglia. Chi cresce in una casa dove quei codici circolano li possiede senza sforzo e senza sapere di possederli. Chi cresce altrove li deve imparare, e si vede che li ha imparati.
Questo significa che il giudizio di maleducazione non è mai del tutto neutro. Spesso quello che valutiamo come rispetto o mancanza di rispetto è, in parte, la distanza fra il codice di casa nostra e il codice di casa loro. Non tutta la scortesia si spiega così — chi urla contro un’infermiera non sta esibendo un capitale culturale diverso — ma una parte sì, ed è la parte che a scuola pesa di più, perché si traduce in aspettative e in voti.
Che cosa è cambiato per davvero
Se non è vero che la maleducazione aumenta, che cosa è successo?
È cambiato il fondamento del rispetto. Fino a due generazioni fa la deferenza era dovuta al ruolo: si portava rispetto al medico, al maresciallo, al professore, in quanto tali. Oggi il rispetto tende a essere concesso alla persona, e va guadagnato. Non è un peggioramento — è la stessa cosa che rende possibile contestare un’autorità che sbaglia — ma chi occupa un ruolo si trova a doverlo negoziare ogni giorno, e la fatica è reale.
È cambiato il costo dell’offesa. Nell’incontro faccia a faccia vedi l’effetto di quello che dici: l’espressione dell’altro ti raggiunge prima che tu finisca la frase. Nella comunicazione scritta e a distanza quel ritorno non c’è, e viene a mancare il freno che Elias descriveva come conquista di secoli.
Ed è cambiata la quantità. Incontriamo in un giorno più persone di quante un contadino del Settecento ne incontrasse in un anno. Ogni incontro richiede una piccola manutenzione rituale. Con quel volume, qualche rituale salta — e non perché qualcuno sia diventato cattivo.
In classe
Tre cose che seguono da tutto questo, e che sono operative.
Distinguere la violazione dalla provocazione. Chi non conosce la regola va istruito; chi la conosce e la infrange davanti al gruppo sta facendo un’altra cosa, che ha a che fare con la propria posizione fra i pari. La stessa risposta ai due casi ne peggiora almeno uno.
Rendere le regole esplicite invece di darle per ovvie. Il presupposto che certe cose «si sappiano» avvantaggia sistematicamente chi le ha respirate a casa. Scriverle, spiegarle e motivarle costa mezz’ora a settembre e livella un terreno che parte inclinato.
Non sanzionare davanti al pubblico se si può evitare. Una ripresa pubblica mette il ragazzo nella condizione di dover salvare la faccia, e per salvarla dovrà rilanciare. La stessa osservazione fatta a quattr’occhi, trenta secondi dopo la lezione, ottiene molto più spesso il risultato — non perché sia più buona, ma perché non richiede a nessuno di difendersi.
Un cambio di sguardo
Chiamare maleducazione un comportamento è emettere un verdetto. Chiederci quale regola è stata violata, chi l’ha scritta e cosa stava proteggendo la persona che l’ha infranta è, invece, raccogliere informazione.
Non significa giustificare: le regole servono e vanno fatte rispettare. Significa che dietro una scortesia c’è quasi sempre un dato utile sull’ordine sociale di quella classe, di quell’ufficio, di quella famiglia. Buttarlo via chiamandolo cattiva educazione è il modo più rapido per non imparare niente e per ritrovarsi lo stesso problema il mese dopo.
Verifica quello che hai letto
Che cosa mostra Elias studiando i manuali di buone maniere, e perché lega quel cambiamento alla formazione degli stati moderni?
Che cos'è la faccia per Goffman, e perché una ripresa pubblica spesso peggiora la situazione invece di risolverla?
In che senso il giudizio di maleducazione non è del tutto neutro? Fai un esempio scolastico.
Indica due mutamenti sociali che rendono più fragile la manutenzione rituale degli incontri, senza che la disponibilità delle persone sia peggiorata.
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«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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