Stadio preoperatorio (2-7 anni): che cos’è e come si riconosce

Sul tavolo ci sono due bicchieri identici, bassi e larghi, riempiti d’acqua fino allo stesso segno. Il bambino guarda e dice che c’è la stessa acqua. È sicuro.

Poi un adulto prende uno dei due bicchieri e, davanti a lui, versa tutta l’acqua in un terzo bicchiere alto e stretto. Nessuna goccia va persa, e il bambino ha visto tutto. «Adesso dov’è più acqua?»

Il bambino indica il bicchiere alto. Non esita, non ci pensa su. Per lui la risposta è ovvia: è più alto, quindi ce n’è di più.

Non è distrazione, non è un bambino poco sveglio, non è una lacuna da colmare con una spiegazione. Rifate la prova domani, spiegandogli prima come funziona: risponderà di nuovo il bicchiere alto. A sei o sette anni cambierà idea da solo, senza che nessuno gliel’abbia insegnato, e allora troverà la domanda quasi sciocca.

Questo intervallo – da quando il bambino comincia a parlare e a far finta, fino a quando smette di cadere nella trappola dei due bicchieri – è quello che Jean Piaget chiama stadio preoperatorio.

Che cos’è lo stadio preoperatorio

È il secondo dei quattro stadi dello sviluppo cognitivo descritti da Piaget, e va indicativamente dai 2 ai 7 anni. Le età sono orientative: Piaget sostiene che l’ordine degli stadi è fisso e uguale per tutti, non che tutti li attraversino alla stessa velocità.

Il nome dice già molto. Pre-operatorio significa prima delle operazioni. E per Piaget un’operazione non è un calcolo: è un’azione mentale reversibile, che la mente può compiere e poi disfare tornando al punto di partenza. Versare l’acqua e, con il pensiero, rimetterla dov’era. Il bambino preoperatorio non ha ancora questo strumento.

Da qui lo stadio si definisce per due movimenti opposti: una conquista enorme e un limite altrettanto vistoso.

La conquista è la funzione simbolica. Il bambino diventa capace di far stare una cosa al posto di un’altra. Una scopa diventa un cavallo, una scatola un’astronave, e soprattutto una parola diventa la cosa che nomina. È la porta d’ingresso del linguaggio, del disegno, dell’imitazione differita – quella in cui il bambino ripete oggi un gesto visto ieri – e del gioco simbolico, il «facciamo finta che». Rispetto allo stadio precedente, in cui l’intelligenza stava tutta dentro l’azione fisica, è un salto enorme: il pensiero si stacca dal qui e ora.

Il limite è che questo pensiero non è ancora logico. È intuitivo: procede per come le cose appaiono, non per come si trasformano.

In sintesi: conquiste e limiti dello stadio preoperatorio

  • Funzione simbolica: una cosa sta al posto di un’altra. Nascono il linguaggio, il disegno, il gioco del far finta. È la conquista che apre lo stadio.
  • Egocentrismo: non è egoismo: è la difficoltà ad assumere un punto di vista diverso dal proprio, che al bambino sembra semplicemente il punto di vista.
  • Centrazione: l’attenzione si fissa su un solo aspetto per volta. Nel bicchiere alto il bambino vede l’altezza e non la larghezza.
  • Irreversibilità: il pensiero va in una direzione sola e non sa disfare mentalmente ciò che ha visto fare.
  • Mancata conservazione: la conseguenza visibile: quantità, numero e massa sembrano cambiare quando cambia la disposizione.

Come si riconosce: cinque tratti

Egocentrismo intellettuale. Non è egoismo, ed è importante dirlo agli studenti perché la parola trae in inganno. È la difficoltà ad assumere un punto di vista diverso dal proprio, non per cattiveria ma perché il proprio punto di vista sembra semplicemente il punto di vista. Piaget lo indaga con il compito delle tre montagne: al bambino si mostra un plastico con tre rilievi e gli si chiede che cosa veda una bambola seduta dall’altro lato. Il bambino preoperatorio descrive la propria veduta. Lo stesso meccanismo si sente nei racconti: «poi lui me l’ha data», e chi ascolta dovrebbe sapere da sé chi è lui.

Centrazione. L’attenzione si fissa su un solo aspetto della situazione e ignora gli altri. Nel compito dei bicchieri il bambino guarda l’altezza e non vede la larghezza. Non le pesa entrambe e sceglie male: una delle due proprio non entra nel calcolo.

Irreversibilità. Il pensiero va in una direzione sola e non sa tornare indietro. È l’altra faccia della centrazione, ed è il cuore del problema: senza reversibilità non c’è modo di annullare mentalmente il travaso.

Mancata conservazione. È la conseguenza visibile delle due precedenti. Il bambino non riconosce che quantità, numero, massa o lunghezza restano gli stessi quando cambia la disposizione. Vale per l’acqua, ma anche per due file di gettoni: se una viene allargata, quella più lunga sembra averne di più.

Animismo, artificialismo, finalismo. Il bambino attribuisce vita e intenzioni alle cose («il sole si è nascosto perché era stanco»), pensa che gli oggetti naturali siano stati fabbricati da qualcuno, e cerca per ogni cosa uno scopo. Non sono errori di informazione: sono il modo in cui una mente costruisce spiegazioni quando ha molti perché e pochi strumenti.

Verifica

Un bambino dice che nel bicchiere alto e stretto c’è più acqua. Quali due caratteristiche del pensiero preoperatorio spiegano questa risposta, e perché spiegargli la soluzione non serve?

Centrazione e irreversibilità. Il bambino si fissa sull’altezza e ignora la larghezza, e non sa annullare il travaso con il pensiero per tornare al punto di partenza. Spiegare non serve perché non gli manca un’informazione: gli manca l’operazione mentale. Arriverà da sola verso i sei o sette anni, quando la struttura del pensiero si riorganizza.

Perché «sbaglia»: la logica dell’apparenza

Vale la pena fermarsi sulla parola sbaglia, virgolette comprese.

Nella prova dei bicchieri il bambino risponde in modo coerente con l’unico strumento che ha. Vede una colonna d’acqua più alta e conclude che ce n’è di più. È un ragionamento perfettamente valido se il criterio è l’aspetto delle cose. Quello che gli manca non è l’informazione, è l’operazione: il pensiero che tiene insieme altezza e larghezza, e che sa disfare il travaso.

Per questo spiegare non serve. La conservazione non si insegna a parole: arriva quando la struttura del pensiero si riorganizza, ed è esattamente il passaggio allo stadio successivo, quello delle operazioni concrete.

Nella scuola italiana

Lo stadio preoperatorio copre per intero la scuola dell’infanzia e i primi mesi della primaria. È il motivo per cui la scuola dell’infanzia è organizzata per campi di esperienza e non per materie, e perché il gioco non è l’intervallo fra le attività: è l’attività. Il gioco simbolico è la forma in cui il pensiero preoperatorio lavora, non un modo di riposarsi da esso.

Il materiale concreto non è un aiuto per i più deboli, è il canale normale. Travasi, costruzioni, incastri, misurazioni con il corpo sono il modo in cui si costruiscono le nozioni che poi diventeranno operazioni.

Il conflitto va prodotto, non evitato. Se la conservazione arriva per riorganizzazione e non per spiegazione, il compito dell’insegnante è mettere il bambino davanti a situazioni in cui la sua previsione non torna, e lasciargliela vedere.

L’egocentrismo si smonta con l’esperienza, non con il rimprovero. Girare intorno al plastico, raccontare la storia dal punto di vista dell’altro personaggio, scambiarsi i ruoli nel gioco.

Le età sono indicative. Un bambino di sei anni che non conserva non è in ritardo, e uno di cinque che conserva non è in anticipo di due anni. Piaget descrive una sequenza, non un calendario.

Nel liceo delle scienze umane questa pagina ha una seconda funzione: è il primo caso in cui gli studenti incontrano un esperimento psicologico che si può replicare. La prova dei bicchieri e quella dei gettoni si fanno in classe, con materiale povero, e funzionano. Una precisazione necessaria se si lavora con bambini veri: nessun dato identificabile di minori, nessuna registrazione, nessun nome, consenso informato delle famiglie sempre richiesto e sempre dichiarato. Per un’esercitazione di classe le prove si fanno benissimo fra pari, ricostruendo la procedura e discutendo le risposte attese.

Verifica

Perché in una sezione di scuola dell’infanzia i travasi con l’acqua valgono più di una spiegazione verbale sulla quantità?

Perché la conservazione non si trasmette a parole: si costruisce agendo. Un’operazione è un’azione mentale reversibile, e la mente impara a compierla e a disfarla dopo averla compiuta molte volte con le mani. Travasare, riempire, rovesciare e rimettere è il modo in cui il bambino accumula l’esperienza che poi diventerà reversibilità del pensiero. La spiegazione verbale arriva su un pensiero che non ha ancora lo strumento per riceverla.

Il nodo aperto

Alla fine degli anni Settanta alcuni ricercatori hanno rifatto la prova dei gettoni cambiando una cosa sola: invece di essere l’adulto a spostarli con calma davanti al bambino, i gettoni venivano scompigliati per sbaglio da un pupazzo dispettoso. Stessa disposizione finale, stessa domanda. Molti più bambini hanno risposto che i gettoni erano rimasti gli stessi.

Se basta cambiare chi muove i gettoni e perché, allora il compito classico non misura solo il pensiero del bambino: misura anche che cosa il bambino crede che l’adulto voglia sentirsi dire. Un adulto che sposta un oggetto e poi chiede se è cambiato qualcosa sta suggerendo, nella logica sociale del bambino, che qualcosa deve essere cambiato – altrimenti perché lo chiederebbe?

La domanda resta aperta e la lasciamo aperta: quando un bambino fallisce un compito piagetiano, quanto stiamo misurando i limiti del suo pensiero e quanto la sua lettura della situazione? Non è una questione da poco. Da come si risponde dipende se lo stadio preoperatorio sia una tappa reale della mente o in buona parte un artefatto del modo in cui la si interroga.

Archivio delle domande vere

Hai già sostenuto una prova su questi temi?

Raccontaci cosa ti hanno chiesto davvero. Serve a chi la sosterrà dopo di te — e a te dà accesso a tutte le domande già raccolte, al momento 6.

Non scrivere nomi di persone, docenti o istituti: le domande vengono pubblicate senza alcun riferimento. Ogni contributo viene controllato prima di comparire.

Vai all'archivio completo →